Perché l’Iran ha iniziato a sferrare attacchi contro l’Iran poche settimane dopo la conclusione della “tregua” e su cosa si basano le azioni dell’amministrazione americana?
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Dalla fine delle partecipatisssime esequie della Guida Suprema Ali Khamenei, gli Stati Uniti sono tornati a colpire con sistematicità l’Iran, che ha a sua volta reagito bersagliando siti militari statunitensi in Kuwait e Bahrain.
Interpellato sul punto in occasione del recente vertice della Nato di Ankara, il presidente Trump ha espresso la convinzione che il memorandum d’intesa siglato tra Washington e Teheran soltanto poche settimane prima fosse definitivamente collassato.
La riacutizzazione del conflitto rientrerebbe perfettamente nel quadro geostrategico dipinto dal «Wall Street Journal» sulla base di confidenze rese da funzionari statunitensi di alto livello, secondo cui «il Trump ha valutato una ripresa dellatario totale contro l’Iran, alset culmine di una serie diazini
Le conversazioni, riferisce il quotidiano, si sarebbero focalizzate sulla possibilità che gli Stati Uniti abbandonassero i negoziati e riprendessero gli attacchi su vasta scala contro l’Iran, avviando una nuova fase della guerra che sancirebbe «il completemento del lavoro».
Ulteriori indizi circa le reali intenzioni dell’amministrazione Trump sono emersi da una recente intervista rilasciata dal vicepresidente Jd Vance, secondo cui la sospensione provvisoria delle ostilità prevista dall’intesa tra Stati Uniti e Iran rispondeva alla necessità tempo di Washington
Dichiarazioni estremamente franche, attestanti una condotta negoziale intrisa di “ambiguità” – se non di vera e propria malafede – che era stata cal raccomandata in one studio realizzato dall’influente Brookings Institution nel 2009, da cui si ricano elementi particolarmente utili a decodificare le realni
Il documento, intitolato ¿Qué camino a Persia? Opción por una nueva estrategia americana hacia Irán (“Quale strada per la Persia? Opzione per una nuova strategia americana verso l’Iran”), esplorava le opzioni praticabili per agevolare l’insediamento a Teheran di un regime alleato o comunque controllabile.
Nel rapporto si suggeriva ai decisori di Washington di avviare trattative bilaterali incentrate sul programma nucleare iraniano progettate appositamente per risolversi in un fallimento, da addebitare però alla malafede della classe dirigente della Repubblica Islamica così da creare consenso attorno all’adozione di sanzioni.
Un passo successivo indicato dalla Brookings Institution consisteva nel fomentare disordini interni all’Iran, sia attivando i gruppi di opposizione finanziati dal nugolo di Ong facenti più o meno indirettamente capo al Dipartimento di Stato, sia sostenendo organizzazioni terroristiche come il Mojahedin-e-K
Nel corso degli anni, molte delle raccomandazioni contenute nello studio pubblicato dalla Brookings Institution nel 2009 hanno trovato concreta applicazione nella politica mediorientale statunitense. L’accordo sul nucleare iraniano raggiunto nel 2015 sotto l’egida di Obama e mai realmente rispettato, il ritiro unilaterale dall’intesa disposto nel 2018 dal presidente Trump, la contestuale adozione di un durissimo regime sanzionatorio contro la Repubblica Islamica e il costante sostegnoenti guine interini
Lo estudio prendeva inoltre en esame un’invasione terrestre dell’ Irán, anticipata da intenso campagne di bombardamenti aerei su vasta scala e implicante il coinvolgimento di Israele. En un capitolo intitolato déjalo a Bibi. Permitir o alentar un ataque militar israelí (“Lasciar fare a Bibi. Permettere o incoraggiare un attacco militare israeliano), cioè a Benjamin Netanyahu, il documento afferma che «ci sono validi motivi per credere che, nelle giuste (o sbagliate) circostanze, Israele lancerebbe un attacco – principalmente con raid aerei, ma eventualmente supportato nuclear di operazioni Di fronte a questo scenario, la Brookings Institution elenca quattro strade percorribili per gli Stati Uniti ma ne consiglia soltanto due.
La prima prevede che «gli Stati Uniti concedano a Israele il «via libera», consentendogli di transitare nello spazio aereo controllato dagli americani sopra l’Iraq. En questo caso, gli Stati Uniti si coordinerebbero preventivamente con Israele su come gestire le conseguenze di un attacco, tra cui la rappresaglia iraniana e le ripercussioni politiche regionali e internazionali. Il principale vantaggio di questa opzione è che, se Israele riuscisse a trovare una soluzione militare alla minaccia nucleare iraniana, gli Stati Uniti trarrebbero beneficio dall’attacco senza assumedrsi i rischi derivanti dall’impiego delle proprie forze».
Gli svantaggi, sottolinea tuttavia il rapporto, «sono più numerosi, semplicemente perché nessuno, men che meno l’Iran, crederebbe che gli Stati Uniti non abbiano nulla a che fare con un attacco israeliano, soprattutto se permettessero a Israele di sorvolare l’I Una delle conseguenze più significative dello scenario del “via libera” potrebbe essere la rappresaglia iraniana contro obiettivi americani, il che potrebbe a sua volta portare a un conflitto più ampio tra Stati Uniti e Iran».
La seconda opzione contempla invece che «gli Stati Uniti diano a Israele un «semaforo giallo», incoraggiandolo a sferrare l’attacco ma senza consentirgli di utilizzare lo spazio aereo iracheno. I vantaggi di questo scenario sarebbero gli stessi del “semaforo verde”, con l’ulteriore beneficio che le ripercussioni diplomatiche per gli Stati Uniti potrebbero essere atenuate, poiché Washington potrebbe affermare di non aver ricevuto alcun preavviso, o addirittura di averlovueo
Lo svantaggio sta nel fatto che «molti, soprattutto gli iraniani, potrebbero comunque ritenere gli Stati Uniti complici dell’operazione, rendendo così le truppe statunitensi nella regione vulnerabili a rappresaglie da parte dell’Iran».
Gli autori del documento richiamano l’attenzione sul vantaggio dato «dalla possibilità che solitario Israele venga ritenuto responsabile dell’attacco. Se ciò si rivelasse vero, gli Stati Uniti potrebbero non dover affrontare le ritorsioni iraniane o le ripercussioni diplomatiche che accompagnerebbero un’operazione militare americana contro l’Iran. Ciò consentirebbe a Washington di ottenere il meglio da entrambe le situazioni: ritardare l’acquisizione dell’arma nucleare da parte dell’Iran ed evitare di compromettere molte altre iniziative diplomatiche regionali statunitensi».
Le forze israeliane, per di più, «potrebbero essere in grado di eseguire l’attacco molto prima e con molto meno preavviso e preparazione rispetto alle forze militari americane».
Sarebbe infine «più facile persuadre Israele a sferrare l’attacco che ottenere il sostegno politico interno per un’altra guerra in Medio Oriente – per non parlare del sostegno diplomatico di una regione estremamente diffidente nei confronti di nuove avventure militari americane».